La perseveranza non significa affrontare il dolore senza domande o senza lacrime: significa non interrompere il dialogo con Dio proprio quando tutto sembra crollare. Attraverso Giobbe scopriamo che una fede autentica può gridare, lottare e vacillare, ma continua a restare davanti al Signore, fino a trasformare l’afflizione in esperienza e la sofferenza in speranza.
Il lavoro non nasce come punizione, ma è parte del progetto originario di Dio: Adamo fu posto nel giardino per lavorarlo e custodirlo. Sebbene il peccato abbia introdotto fatica e sudore, il credente è chiamato a vivere il proprio lavoro come un dono, un servizio al Signore e al prossimo, distinguendosi per diligenza, onestà, responsabilità e amore concreto – Genesi 2:8-15, Genesi 3:17-19, 2 Tessalonicesi 3:6-12, 1 Tessalonicesi 4:11-12.
Le opere sono un aspetto non trascurabile della fede cristiana, ma non come strumento di salvezza, quanto piuttosto come riflesso di una trasformazione dovuta ad un rinnovamento della mente. Il motore che motiva i cristiani nelle loro azioni è un amore per il prossimo diverso, non umano, ma che viene da Dio.
Non siamo salvati per opere, eppure queste sono parte della nostra vita di fede come effetto della nostra salvezza. Dal capitolo 2 della lettera di Giacomo capiamo come le opere siano quelle operazioni pratiche che ci permettono di mostrare ed esprimere la nostra fede al mondo.
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